Opinioni

Il Giudice intimidito

La pagherete cara, finalmente.

La frase riguarda non l’incolumità dei magistrati ma le loro tasche.

Nella Riforma Epocale della Giustizia questo concetto non è scritto esplicitamente, ci mancherebbe, ma è lì, nascosto dietro le parole del nuovo art. 113 bis Cost.: “I magistrati sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti”.

D’ora in poi pagherete di tasca vostra, razza di impuniti, basta fare quello che vi pare e piace senza responsabilità!

Non è vero, diciamolo subito, che i magistrati non sono responsabili, che possono calpestare qualunque diritto e danneggiare chiunque senza conseguenze. È una bugia bella e buona.

I magistrati anche ora sono responsabili se causano danni “con dolo o colpa grave”.

Il che significa: se un giudice mette in carcere senza motivazione una persona innocente, solo perché la detesta, ha agito con dolo (e in questo caso, ci sarebbe anche un reato); se invece lo stesso giudice si dimentica di scarcerare qualcuno perché sono scaduti i termini della custodia cautelare, nonostante gli sia stato ricordato da avvocato e segreteria, ha agito con colpa grave.

In tutti questi casi il cittadino danneggiato può chiedere i danni allo Stato, che a sua volta si rivale sul magistrato. Il magistrato avrà quindi conseguenze sul piano civile, cioè il risarcimento del danno, oltre che penale o disciplinare. Per casi del genere potrebbe essere direttamente buttato fuori dalla magistratura.

Ma allora perché ve la prendete tanto?

Perché con la Riforma il danneggiato potrà agire “direttamente” contro il magistrato e non più contro lo Stato.

Finora il singolo magistrato doveva risarcire il danno solo se lo Stato aveva dovuto pagare. Con la Riforma, il magistrato dovrà ogni volta e per ogni azione civile proposta cercarsi un avvocato, anticipare spese varie e, soprattutto, astenersi per procedimenti che riguardano chi gli ha fatto causa.

Ecco la scena: in un qualsiasi processo, il difensore dell’imputato chiede la scarcerazione del suo cliente e il giudice rigetta la richiesta; immediatamente l’imputato fa una causa civile contro il giudice (che è ancora il giudice del suo processo) perché lo ha privato della sua libertà con colpa grave. La causa è ovviamente immotivata, ma avrà come effetto quello di costringere il giudice ad astenersi.

Con questo sistema, ogni imputato potrà scegliersi il giudice come al supermercato: questo non mi piace, e allora gli faccio causa; quello che lo sostituisce ha fama di giudice intransigente: idem. Potrebbero passare anni prima che il processo si possa celebrare.

La Riforma porterà come conseguenza immediata la paralisi del sistema: ogni processo civile o penale potrà essere bloccato; ci saranno contro i giudici migliaia e migliaia di cause che finiranno in un nulla di fatto, ma che intaseranno ancora di più le aule di giustizia.

Che farà il singolo giudice? Immaginiamoci un giudice civile, che ha davanti due parti e che deve dare ragione all’una e torto all’altra: qualunque sia l’esito, una delle due parti potrebbe fargli causa. Ogni giudice civile emette centinaia di sentenze all’anno: potrà subire centinaia di cause civili.

E il giudice penale? Deve decidere se condannare o assolvere, ma in caso di condanna verrà citato in giudizio civile dall’imputato, e in caso di assoluzione dalla persona offesa.

Il lavoro del giudice è difficile: sa che la sua sentenza pesa molto sulla vita dei cittadini, e deve decidere non applicando formule matematiche (o le sai o non le sai) ma norme giuridiche, che devono essere interpretate. Il giudice sa che per il suo lavoro susciterà antipatie e rancori, potrà subire minacce e arrivare a rischiare la pelle. Tuttavia fino ad adesso andava avanti, con serenità, perché sapeva che rappresentava lo Stato e che lo Stato lo tutelava.

Ora lo Stato gli dice: hai voluto fare il magistrato? Arrangiati, non è un nostro problema. Ecco che succederà: avremo giudici privi di serenità, intimiditi, che seppure in cuor loro penseranno che una decisione sia la più giusta, tenderanno a prendere quella che creerà loro meno rogne.

E così si chiude il cerchio della Riforma Epocale: pubblici ministeri senza autonomia e indipendenza, controllati dal Governo e privi di poteri. E giudici intimiditi.

 

Gianni Caria, magistrato

(pubblicato sulla Nuova Sardegna del 9.5.2011)

 
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