Giovani magistrati

Il Primo presidente della Corte di cassazione e i Magistrati di prima nomina.

Passaggio del testimone per una continuità ideale nell'applicazione dei valori della Giustizia secondo la Costituzione nel servizio ai Cittadini
(Roma 20 luglio 2011)

1. Il ruolo che ricopro mi fornisce sovente l’opportunità di partecipare a eventi istituzionali importanti e significativi; ma raramente ho avvertito in me tanta emozione come in questa occasione, in cui mi è data la possibilità di poter parlare a tanti giovani magistrati, a voi che vi accingete a esercitare una funzione straordinariamente interessante, ma anche straordinariamente carica di impegno e di responsabilità.

La magistratura è davvero un’attività affascinante. Forse in nessun altro settore professionale come in quello giurisdizionale, basato sulla pari dignità di tutte le funzioni, ai giovani, sin dall’inizio della professione, sono affidati compiti importanti, a volte decisivi per la vita degli altri, da esercitare in piena indipendenza. Ciò che non può e non deve prescindere da un forte carico di responsabilità.

Io sono un magistrato anziano, svolgo questa attività da quasi mezzo secolo, ma devo dirvi che ogni volta che entro nell’aula di udienza o in camera di consiglio avverto ancora questa doppia sensazione: la soddisfazione per aver avuto l’opportunità di esercitare questa professione e la responsabilità delle decisioni che devo assumere e che potranno incidere sulla vita, sui diritti, sui beni, sulla serenità di singole persone  e, talvolta,  sulla stessa vita della comunità nazionale.

2. Ho vivissimo il ricordo dell’inizio della mia attività professionale, delle prime persone che incontrai, degli uffici che visitai, di chi mi accolse con partecipazione ed empatia, comprendendo la mia gioia insieme ai miei timori.

Non posso fare a meno di ricordare un uomo che è stato il mio punto di riferimento, Antonio Brancaccio, il maestro di tanti magistrati, ormai anziani, che dalla sua esperienza e dalla sua saggezza  hanno tratto insegnamento giuridico, ma soprattutto insegnamento professionale ed etico.

Voglio leggervi una citazione di un suo discorso indirizzato a giovani uditori giudiziari. Non lo faccio soltanto per debito di affetto e riconoscenza, ma perché in questo passo sono sinteticamente scolpite tre qualità, che Brancaccio riteneva essenziali per un buon magistrato, e che mi appaiono di estrema modernità e attualità.

 

“Anzitutto occorre una grande e costante attenzione culturale. È un'attenzione che impegna in studi severi, che consentano di mantenere sempre aggiornata la propria preparazione professionale, e in ri­flessioni approfondite sulle proprie esperienze, si da trarne il massimo giovamento per un processo di maturazione destinato praticamente a non concludersi mai.

Per i giudici davvero può dirsi che «gli esami non finiscono mai»: essi mentre giudicano sono giudicati, perennemente giudicati; e quanto più sapranno assumere il ruolo di giudicati, tanto meglio sapranno svolgere la funzione giudicante.

La seconda qualità, del resto strettamente collegata alla prima, è costituita da una forte tensione morale. Si esige, cioè, che si avverta che il nostro lavoro non si può fare se non si è fortemente motivati; se non si ha la convinzione di seguire una vocazione che si attua nello spirito del servizio che si rende alla comunità, impegnandoci in un continuo scambio di idee e di sentimenti con la società che ci circonda.

La terza qualità, che si richiede perché un magistrato possa incamminarsi con consapevolezza piena dei suoi doveri sulla lunga strada che lo attende, è l'umiltà. Al riguardo, da una parte, va ricordato che quella strada è continuamente insidiata dalla possibilità dell'errore e, dall'altra, occorre sempre tenere presente l'ammonimento di Calamandrei, quando diceva: «Signori giudici, il vostro potere è così grande che l'umiltà per voi è il prezzo dovuto perché siate legittimati ad esercitarlo».

 

3. Quello di Piero Calamandrei - uno dei nostri più prestigiosi padri Costituenti che elaborarono la Costituzione della Repubblica, che per ogni magistrato rappresenta la tavola dei valori, dei principi e dei diritti fondamentali da inverare quotidianamente nel proprio lavoro, da proteggere e garantire contro ogni attentato, da qualunque parte provenga –  è ammonimento più che mai attuale in questi tempi carichi di tensioni e di tentazioni. Tempi  nei quali l’apparire piuttosto che l’essere, il gridare più che l’ascoltare, la spettacolarizzazione mediatica piuttosto che l’impegno quotidiano per rendere giustizia in tempi ragionevoli, rischiano di spingere la professione del giudice al centro di polemiche  personali e di conflitti istituzionali.

L’attività del magistrato è inevitabilmente destinata a dispiacere a qualcuno e, a volte, è sgradita a molti. E’ per tale ragione che lo Stato di diritto costituzionale richiede, come giudice e come pubblico ministero, un magistrato indipendente da ogni altro potere, proprio per poter  assicurare, senza condizionamenti di sorta,  la garanzia dei diritti delle persone e il controllo sulla liceità dell’esercizio di ogni potere.

E’ nell’esercizio indipendente e imparziale di tali compiti, svolto con alta dignità e consapevolezza, che il magistato riesce a conquistare e meritare la credibilità e la fiducia dei cittadini, anche se contingentemente può dispiacere ad alcuni o a molti.

Un magistrato con le qualità di cui parlava Brancaccio non è soltanto professionalmente attrezzato ad affrontare i problemi e le questioni che la complessità e la globalità dell’ordinamento oggi pone. E’ anche un magistrato consapevole del ruolo costitituzionale della giurisdizione, la quale trova la sua autonoma legittimazione (molto diversa da quella popolare che legittima il potere politico) sulla garanzia dei diritti, quelli solennemente proclamati dalla Costituzione della Repubblica e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che dopo Lisbona ha acquistato lo stesso valore dei Trattati.

Il nostro compito - la garanzia dei diritti e il controllo sulla liceità dell’esercizio dei poteri e delle copndotte delle persone– va svolto secondo le regole del giusto processo, in tempi ragionevoli, sulla base del contraddittorio, ossia mettendo a confronto le ragioni, le pretese, gli interessi delle diverse parti.

Questo è - deve essere - il costume del magistrato non soltanto nell’esercizio delle sue funzioni istituzionali, ma nella sua vita di cittadino tra gli altri cittadini, un costume di razionalità, di confronto, di apertura al pluralismo e alle ragioni degli altri.

E’ un abito di sobrietà e di compostezza delineato anche nel codice etico dei magistrati, la cui elaborazione ed approvazione il legislatore ha affidato all’associazionismo professionale, che ha il compito di rilevare e  indicare valori e modelli per la pluralità dei magistrati.

E’ soltanto in questo ruolo alto e nobile, di elaborazione culturale e di sostegno ideale ed etico, che l’associazionismo fornisce un grande contributo alla crescita professionale della magistratura italiana e aiuta tutti i magistrati, i più giovani soprattutto, ad affrontare l’impegno quotidiano.

In tal senso l’associazionismo costituisce una dimensione di stimolante impegno collettivo, ma (voglio sottolineare) è affidato inanzitutto ad ogni singolo magistrato il compito di esercitare severità e sorveglianza su se stesso prima che sugli altri, sulla propria intelligenza e sulla propria moralità, per non cedere alle lusinghe del protagonismo esibizionista, alla tentazione di prendere parte a gruppi di potere (sia pure all’interno della magistratura), anziché di sentirsi partecipe della classe dirigente che si assume impegnative responsabilità di servizio verso i cittadini ed il Paese.

Ernesto Lupo
 
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