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Intellettuali e valori
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INTELLETTUALI E VALORI, A PROPOSITO DELLA GIUSTIZIA

di Carlo CITTERIO
Chi è intellettuale di prestigio ha inevitabilmente il ruolo del ragionare per valori e per principi, quale che sia il tema che tratta, ben consapevole che ogni indicazione di proposte per tentare di risolvere problemi gravi che coinvolgono tutti i cittadini comporta sempre ed inevitabilmente una specifica, anche quando non dichiarata, scelta di valori.


Nell’editoriale di domenica 29 giugno, che riporto per completezza sotto, Ernesto Galli della Loggia individua tre punti, che qualifica ‘decisivi’, della patologia che affligge la giustizia italiana: la discrezionalita’ arbitraria del pubblico ministero nell’esercizio dell’azione penale, la mancanza del requisito di terzietà nei processi penali perché giudici e pm sono colleghi quando non amici, il protagonismo politico mediatico avallato da un CSM la cui composizione va rivista e la cui legge elettorale – voluta dal precedente Parlamento a maggioranza di centro destra, che ha eliminato il sistema per liste contrapposte – e’ infame.
Chi è intellettuale di prestigio ha inevitabilmente il ruolo del ragionare per valori e per principi, quale che sia il tema che tratta, ben consapevole che ogni indicazione di proposte per tentare di risolvere problemi gravi che coinvolgono tutti i cittadini comporta sempre ed inevitabilmente una specifica, anche quando non dichiarata, scelta di valori. Lascia allora tristi, prima che sconcertati, constatare che si banalizzi cosi’ – mi permetta questo termine – il delicato momento che la Giustizia sta vivendo, con un approccio sorprendentemente inadeguato per tutti coloro che in tanti fortunatamente – tra magistrati, avvocati, personale amministrativo – impegnano la propria vita non solo lavorativa per tentare l’impossibile esito sensato del grande e troppo spesso inutile lavoro della macchina giudiziaria.
Oggi il vero e davvero decisivo primo problema della Giustizia è infatti la sua inefficacia ormai sì essa patologica. Perché si vuole tutto ed il suo contrario contemporaneamente, perché non si vuole affrontare il dovere delle scelte di valore tra contenuti dei riti dei processi, norme del diritto sostanziale, adeguatezza della struttura ad un carico di lavoro non selezionato e da chiunque ingovernabile, rispetto al quale la stessa struttura è sempre trattata come variabile indipendente. Un problema dove ogni passo impone una scelta di valore, di principio, che attiene però – ecco lo sconcerto per l’approccio dell’Intellettuale consapevole – al sistema ed ai diritti essenziali previsti dalla Costituzione. Così, per esempio, l’obbligatorietà dell’azione penale è stata prevista per la reale parità di trattamento tra i cittadini: la scelta tra interventi radicali ed adeguati per consentire che tutti i procedimenti che vanno fatti possano utilmente esserlo – come richiede inascoltata la magistratura - oppure attribuire a qualcuno (non importa chi) quali in concreto fare non è un problema organizzativo, è alternativa tra modelli costituzionali.
La mancanza di terzietà perché p.m. e giudici sono amici o almeno colleghi è affermazione così inadeguata ed estranea alla quotidiana esperienza delle aule di giustizia, e sol che anche dall’esterno si guardino le notizie ‘da giornale’ sui procedimenti oggetto di informazione pubblica, da apparire desolante. Anche qui sono invece in campo scelte di valore, su come individuare la strada più efficace per avere un esercizio dell’azione penale indipendente e soggetto solo alla legge in una società, come la nostra, dove pare che ogni struttura di controllo nominata dal potere politico diciamo che fatica alla coerenza istituzionale.
L’attacco al CSM: altra imponente scelta di valore, tra un sistema di governo autonomo cui concorrono anche i laici (nominati dal Parlamento) e un’alternativa imprecisata dove ciò che solo si comprende è che i magistrati debbano essere minoranza. Senza che ci si chieda, contestualmente, come e perché la presenza di componenti ‘laici’, nominati dal potere politico, abbia già dato prova ripetuta nel tempo di non essere affatto la panacea delle disfunzioni dell’autogoverno (con l’articolazione della composizione dei membri magistrati, i ‘laici’ potrebbero infatti essere sempre decisivi per impedire le cattive prove).
Ed allora. Certo vi sono problemi importanti: il protagonismo di alcuni, l’inadeguatezza non infrequente del governo autonomo, il rischio – che però spesso è oggettivo e non evitabile - della strumentalizzazione dell’inizio dell’azione giudiziaria. Ma si tocchi questa materia ben consapevoli che chi prima non agisce concretamente per l’efficacia della giustizia non è credibile. E che ogni intervento impone di chiarire da che parte si stia rispetto ai valori ed al sistema della Costituzione.
CARLO CITTERIO
segretario generale del movimento per la giustizia

Venezia – Roma 29.6.08

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DA CORRIERE.IT

IL CAVALIERE, LA GIUSTIZIA E IL PD
La patologia italiana

di Ernesto Galli Della Loggia
Chi legge un po' di giornali e ha qualche conoscenza della scena pubblica del Paese sa benissimo che anche l'attuale opposizione di sinistra così come l'opinione pubblica che in essa si riconosce sono in stragrande maggioranza d'accordo su almeno tre punti decisivi della patologia che affligge la giustizia italiana. Questi: 1) l'obbligatorietà dell'azione penale da parte del pubblico ministero, astrattamente prescritta dalla Costituzione, ha dato luogo nella pratica, a causa della sua assoluta impraticabilità tecnica, al più totale arbitrio d'iniziativa del pm stesso. Da guardiano autonomo e imparziale della legge il pubblico ministero si è trasformato per forza di cose in padrone discrezionale e incontrollabile della stessa; 2) il procedimento giudiziario italiano manca in misura rilevantissima del necessario criterio di terzietà. Nonostante qualche piccola modifica apportata, magistratura inquirente e giudicante sono virtualmente una cosa sola: ogni imputato italiano si trova così a essere sempre giudicato da un magistrato che è un amico e/o collega di colui che lo ha messo sotto accusa; 3) il protagonismo mediatico- politico dell'apparato giudiziario in genere e in modo tutto speciale dei pubblici ministeri è ormai diventato un male gravissimo, oggettivamente esaltato e protetto da un Consiglio superiore della magistratura al quale una malfatta legge istitutiva, e ancora di più un infame sistema elettorale, consentono di esercitare abusivamente i poteri di una virtuale terza Camera del sistema costituzionale. Come dicevo all'inizio, anche una buona parte della sinistra e del suo elettorato è convinta nel proprio intimo che le cose stiano così.
Si tratta, infatti, di fenomeni troppo clamorosamente evidenti, che tra l'altro non esistono in alcun altro Paese dell'Occidente, e di cui fanno quotidianamente le spese migliaia di cittadini, com'è ovvio senza distinzione di destra e di sinistra. La domanda che a questo punto è (o dovrebbe essere) naturale porsi è la seguente: è ragionevole o no pensare che gli aspetti patologici della giustizia italiana sopra descritti abbiano qualcosa a che fare, c'entrino qualcosa, con le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi? E' ragionevole o no immaginare, sospettare, che l'immane mole di procedimenti giudiziari collezionati da costui (in una quantità, credo, superiore a chiunque altro nella storia d'Italia, ma aspetto precisazioni da Marco Travaglio) abbiano qualcosa a che fare con l'arbitrio dell'azione penale, con la mancanza di terzietà, con la ricerca di visibilità mediatico-politica da parte dei pm? E' ragionevole pensare una cosa simile, che esista un nesso di qualche tipo tra questi due universi di fatti, o invece è una pura assurdità, un'insinuazione senza fondamento, un volere dare corpo ai fantasmi? La sinistra riformista (cioè più o meno l'intero Partito democratico), pur essendo convinta che Berlusconi in qualche problema con la giustizia sia effettivamente incorso (e personalmente mi unisco a questa convinzione), pensa però che un nesso ci sia.
Pensa cioè che nelle vicende giudiziarie dell'attuale Presidente del Consiglio si manifestino anche, e in misura spesso decisiva, tutti i parossismi patologici della giustizia italiana. Ma non riesce a dirlo. La sua classe dirigente tace o tutt'al più farfuglia, sospira a mezza bocca, perché non sa che pesci pigliare, ricattata com'è dal suo passato recente, dal suo legame con la corporazione dei magistrati e dalla paura di apparire complice con il nemico. Un'altra parte del Paese, invece, diciamo una metà abbondante degli Italiani, anch'essa pensa che sì, che è ragionevole credere che un nesso ci sia. E poiché non ha le remore storiche della sinistra le basta questo, le basta vedere le patologie presenti nelle vicende giudiziarie di Berlusconi, per considerare queste comunque superiori alle sue eventuali colpe, e continuare a votarlo. Non già perché sia una parte del Paese formata da uomini e donne dediti al malaffare o moralmente ottusi, come invece pensa qualche moralista esagitato. Ma se le cose stanno così, allora vuol dire che proprio i caratteri patologici della giustizia italiana stanno rivelandosi i migliori alleati dell'eterno inquisito Silvio Berlusconi. Che proprio questi caratteri gli hanno consentito e gli consentono tuttora di apparire ragionevolmente una vittima, di nascondere dietro di essi i problemi veri che ha: insomma di volgere a proprio favore le sue disgrazie giudiziarie. Ma se le cose stanno così ciò vuol dire anche, per concludere, e non è conclusione di poco conto, che il principale interesse della Sinistra italiana dovrebbe essere, anzi è, uno solo: togliere ogni alibi al proprio rivale. E cioè mettere fine una buona volta, lei per prima, alla devastante patologia che affligge da decenni il nostro sistema giudiziario. Che poi, in tutta questa faccenda, è anche il vero interesse del Paese.
29 giugno 2008

 
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